L’ultimo tassello:
Mi sono trasferito a Milano 28 anni fa.
La scorsa settimana sono finalmente diventato cittadino italiano.
Il percorso è iniziato piuttosto tardi, nel 2023 e si è concluso pochi giorni fa quando il 6 luglio, mi sono recato in Comune per consegnare gli ultimi documenti. Lì ho incontrato la signora Raffaella, una splendida funzionaria, con la sua fascia tricolore indossata con orgoglio. Dopo aver controllato la mia documentazione, con un sorriso gentile mi ha comunicato che era tutto in regola. Poi, quasi come fosse un pensiero dell’ultimo momento, mi ha suggerito di approfittare del fatto che fossi già a Palazzo Marino e di fare il giuramento seduta stante, proprio lì, in quel momento. A quel punto, come avrei potuto dire di no a un’offerta a sorpresa di cittadinanza?
Ho immediatamente fatto una videochiamata a mio marito perché potesse “partecipare” alla nostra piccola cerimonia, mentre la signora Raffaella leggeva la formula del giuramento e io la ripetevo dopo di lei. Poi ci siamo fatti una foto che conserverò sempre con affetto. È stato un momento molto emozionante, soprattutto perché ero passato dal Comune andando al lavoro, convinto di dover semplicemente completare un controllo burocratico dei documenti a seguito del decreto di cittadinanza. Un attimo dopo, invece, mi ritrovavo a uscire da quelle stanze completamente solo, commosso e con una nuova identità.
Per tutto il giorno sono rimasto quasi incredulo, chiedendomi che cosa significasse davvero.
Fino a quel momento, la cittadinanza era stata solo una questione di consolati, documenti, certificati, traduzioni e pratiche raccolte da tutti i luoghi in cui avevo vissuto. Improvvisamente era diventata realtà grazie a poche parole solenni pronunciate in una grande sala istituzionale, poche parole capaci di trasformare la mia condizione da “americano in Italia” a italiano.
Undici anni fa, Daniele e io ci siamo sposati nel mio Stato d’origine, la Florida, non appena la legge lo ha reso possibile. Successivamente abbiamo registrato il nostro matrimonio, celebrato all’estero, presso il Comune di Milano quando le Unioni Civili sono diventate realtà anche in Italia. Solo allora ho potuto presentare domanda per ottenere la cittadinanza italiana.
Non avevo mai riflettuto davvero sul significato di quest’ultimo tassello del puzzle — la cittadinanza — per una persona che vive e si è realizzata da quasi trent’anni in un Paese che considera già casa propria; un luogo in cui ha amato, costruito una comunità ed è cresciuto come uomo, compagno, amico, leader, insegnante e persona in continuo apprendimento. Mi sentivo già americano e italiano. Eppure, quel giorno, pronunciando il giuramento, è stato come se l’ultimo tassello trovasse il suo posto.
Uscendo dal Comune continuavo a chiedermi: cosa cambierà adesso?
Anche se non riuscivo a definirlo con precisione, sapevo che qualcosa dentro di me era già cambiato. Mi sentivo diverso. La cittadinanza formale non significava trovare una nuova casa, ma essere accolto pienamente in una casa che avevo già scelto e fatto mia. Era la sensazione di un’identità che si espande, di un nuovo posto nel mondo conquistato per me stesso, della possibilità di dichiarare con orgoglio che sono anche italiano.
Ora posso avere voce in questo Paese attraverso il voto e, considerando il momento che la politica mondiale sta attraversando, questo mi dona un senso di appartenenza ancora più profondo.
Sono consapevole che ottenere una nuova cittadinanza è un privilegio, negato a molte persone. Mi sento più sicuro. Un po’ questo e un po’ quello. Americano e italiano. Un certo tipo di americano e un certo tipo di italiano. Spero di portare con orgoglio le mie diverse identità, con una maggiore sensazione di realizzazione, gioia e completezza.
Ma adesso ho bisogno di lasciare che le emozioni si assestino e di capire davvero che cosa significhi tutto questo.
